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  • CRISTOFORO COLOMBO

    ...AMMIRAGLIO MAGGIORE DEL MAR OCEANO,
    VICERÉ E GOVERNATORE DELLE TERRE CHE
    DOVESSE SCOPRIRE...

    by GIANCARLO V. NACHER MALVAIOLI

    CAPITOLO VI

    COLOMBO IN SPAGNA-SANTA MARIA DELLA RÁBIDA-LA LUNGA ATTESA-I RE E LA DECISIONE DEI DOTTI-LE 'CAPITULACIONES'

    Era l'anno del 1486. Colombo, dopo la negativa ricevuta dal re Giovanni II e la morte di sua moglie Felipa, decise d'abbandonare il Portogallo portando con sé suo figlio Diego, di cinque anni, lasciando suo fratello Bartolomeo a Lisbona. Pensò che forse avrebbe trovato miglior fortuna in Spagna, tanto più che una (o forse due) cognata sua abitava in Andalusia, inoltre aveva amici nella comunità genovese di armatori, banchieri e commercianti di Cordova e Siviglia.

    La Spagna era la nazione del futuro, si stava unificando, cercava di stimolare il commercio, di diffondere la religione e di ampliare i suoi territori, seguendo la decisa politica dei re Isabella e Fernando.

    Com'era sua abitudine Colombo dovette aver progettato tutto con somma precisione, prima di prendere la decisione d'abbandonare il Portogallo quasi di nascosto, senza neppure avvisare il Re, imbarcandosi a Lisbona e diretto a Siviglia.

    La nave faceva scalo a Palos (1) e Colombo approfittò l'occasione per visitare il monastero francescano (2) di Santa Maria della Rábida (3) edificato sulla sommità d'una collina, non lontana dalla confluenza dei fiumi Tinto e Odiel, a una diecina di kilometri dallo scalo.

    La primavera stava finendo, faceva caldo e la salita al monastero stancò il suo figlioletto, il quale giunse al monastero assetato e forse anche con un po' di fame. Da questo fatto si creò la leggenda, che appare ancora in molti libri, che Colombo era andato a chiedere l'elemosina ai frati. Certamente non era un uomo ricco, ma a causa del suo matrimonio doveva possedere un certo capitale, oltre al denaro guadagnato durante molti anni al servizio degli Spìnola e dei di Negro. Inoltre non si sarebbe mai presentato come un mendicante, il suo orgoglio, che dimostrò una infinità di volte, non glielo avrebbe mai permesso. Inoltre come straniero e plebeo e per giunta mendicante non sarebbe mai stato ascoltato da nessuno, solamente se presumeva di essersi sposato con una nobile, e di trovarsi in condizione agiata, avrebbe potuto essere ricevuto ed ascoltato dai Re e dai nobili della Corte, come già gli era successo in Portogallo. La leggenda narra che fu ricevuto dal padre guardiano Antonio de Marchena (4), cosmografo e molto interessato alla navigazione e alle scoperte. Tutti e due discorsero lungamente. Il frate restò ammirato ed entusiasmato dalle idee e dai progetti di Colombo. I francescani erano stati sempre missionari percorrendo tutti i cammini del mondo allora conosciuto, e la possibilità di trovare altri popoli sconosciuti e cristianizzarli, accese la sua fantasia e la sua fede. Da quel momento il padre Marchena si convertì nell'angelo tutelare di Colombo e lo accompagnò nel suo secondo viaggio. Probabilmente fu lui che lo raccomandò ai Re, che si trovavano a Siviglia, e ai due nobili più autorevoli e potenti in quelle terre dell'Andalusia: il duca di Medina Sidonia e il duca di Madinaceli (5).

    Colombo ridiscese verso lo scalo, lasciando –sembra –suo figlio in custodia ai frati. Giunto a Siviglia prese contatto con la numerosa comunità genovese della città, con dei parenti dei suoi antichi padroni, gli Spìnola, Centurione, di Negro, Doria, Pinelli, Grimaldi, Cattaneo, Rivarolo, Gherardi ed altri. Fece visita a sua cognata Violante, sposata con Miguel Muliart (6). Chissà fu il banchiere genovese Giannotto Berardi, il quale ospitò Colombo a casa sua per qualche tempo, che gli permise di stabilire i primi contatti con i duchi di Medina Sidonia e Medinaceli. A Córdova fu aiutato anche dai fratelli farmacisti Sbarroia (cognome spagnolizzato in Esbarroya) e da un altro membro della famiglia Spìnola.

    Don Enrique de Guzmán, duca di Medina Sidonia, Grande di Spagna, era il nobile più ricco e potente dell'Andalusia. S'interessò al progetto di Colombo, dato che erano frequenti le incursioni e razzie delle sue navi, e quelle dei suoi seguaci o protetti, sulle coste africane in cerca di schiavi e d'oro, e volle aiutarlo, ma sembra che i Re, non essendone stati avvisati previamente, si opposero.

    Fu allora la volta di don Luis de la Cerda, duca de Medinaceli (7), il quale non solamente lo trattenne come suo ospite, ma che –vista l'esperienza anteriore di Medina Sidonia – si diresse direttamente ai Re: un tal Colombo gli aveva chiesto delle navi e il permesso di attraversare l'Oceano in cerca delle Indie, però giudicando che era una richiesta troppo importante anche per un nobile come lui, lasciava tutto alla considerazione dei Re.

    Questa offerta diplomatica ebbe effetto, la Regina gli scrisse che le mandasse 'quell'uomo'.

    Ora qualsiasi persona con denaro poteva avergli dato quelle tre o quattro navi che Colombo chiedeva, incluso gli Spìnola e i di Negro, ma era già passato il tempo delle avventure e spedizioni private in mare aperto, ora era necessario il permesso reale, incluso per poter superare, senza danni e problemi, gli ostacoli del ferreo blocco portoghese. Era la protezione e il permesso dei Re ciò che cercava Colombo, il finanziamento –come vedremo –fu una questione secondaria, contrariamente a quello che si scrisse e ancora, generalmente, si scrive.

    Colombo finalmente giunse in presenza della Regina, forse introdotto dall'Arcivescovo di Toledo, poi Cardinale di Spagna, don Pedro González de Mendoza, zio del duca di Medinaceli, e da Alfonso de Quintanilla, amministratore e ragioniere maggiore dei beni della Corona.

    Era il 21 di gennaio del 1486 quando Colombo espose le sue teorie ai Re, nell'Alcázar di Cordova. Sembra che il re Fernando non ne rimase affatto impresionato e lo considerò uno straniero bizzarro, e poco interessante per l'Aragona, tutta protesa verso il dominio del Mediterraneo.

    In cambio la regina Isabella ammirava la sua fede, la sua immaginazione e il suo progetto di dare alla Castiglia nuove terre, espansione verso l'Oceano, la conversione al cristianesimo di molti altri popoli ed anche ottenere future ricchezze che sarebbero servite a liberare il Santo Sepolcro. I Re si consultarono con i loro consiglieri, ma non presero decisione alcuna.

    A Cordova, in maggio ci fu un'altra intervista e i Re probabilmente ripeterono a Colombo la proverbiale frase spagnola: “Non ci sono problemi, ne riparleremo presto”.

    Nel mentre, a Cordova, Colombo prendeva contatti con altre persone importanti della comunità genovese, che abitava nel quartiere della Porta di Ferro, sulla riva del Guadalquivir. Tali persone erano i Solario, Morandi, Gentile, Battista Aulo e i fratelli Luciano e Leonardo Sbarroia, di cui già parlammo. Fu precisamente nella farmacia di questi dove Colombo conobbe Diego de Arana (o Harana) e sua moglie Costanza, che lo invitarono a casa loro e le presentarono una loro cugina, Beatrice Enríquez Arana, che aveva vent'anni (quindici meno di Colombo), orfana di genitori che erano stati vinai. Si frequantarono e nel 1488 nacque Fernando (Hernán o Hernando), figlio naturale. Colombo non la sposò, tra le tante supposizioni e leggende che si tessero, anche su questa faccenda, ciò che è più probabile è che –come afferma Morison –non la volle sposare a causa delle sue condizioni plebee... E questa dev'essere la ragione per cui Fernando, sempre così orgoglioso e difensore di suo padre, non menziona mai sua madre. Ogni epoca è proprio schiava dei suoi pregiudizi.

    Non ostante Beatrice aiutò economicamente Colombo, si prese cura di suo figlio Diego, poi sparì dalla storia e non sentiremo più parlare di lei, con eccezione del testamento. Infatti nel testamento Colombo, per certi scrupoli di coscienza, le lascia una pensione vitalizia (8).

    Siccome i Re si spostavano continuamente da una città a un'altra, anche a causa della guerra contro Granada, ritornando a Cordova ricevettero nuovamente Colombo e nominarono una commissione di saggi affinché l'ascoltassero e dessero il loro punto di vista definitivo.

    Come coordinatore di detta commissione fu nominato il padre Fernando di Talavera, priore di Prado, uomo di fiducia e confessore della Regina, il quale riunì saggi, gente di mare e studiosi. Di questi si conoscono solo i nomi di Rodrigo Maldonado, che fu contrario a Colombo, e di Andrea di Villalón.

    La commissione si riunì varie volte e in città diverse, doveva infatti seguire i Re e la loro Corte nei loro spostamenti. La storia definisce come una delle riunioni più importanti quella di Salamanca, nella quale Diego Deza, priore del convento domenicano, che ospitava Colombo, si dimostrò favorevole al progetto, mentre decisamente contrario fu Fernando di Talavera.

    Colombo si trovò di fronte a un'incredulità quasi generale, che a volte giungeva alla burla e al sarcasmo.

    Trascorsero nove mesi, la decisione finale della commissione ancora non era stata consegnata ai Re, comunque Colombo ricevette, come persona al servizio reale, 12.000 maravedíes ; seguirono altri pagamenti, però la decisione finale si rimandò a un altro 'domani migliore'. Ricevendo denaro Colombo s'impegnava a rispettare i diritti dei Re, e a non offrire il suo progetto ad altri monarchi.

    “Questi signori affermano –scrisse Colombo (10), a proposito dei membri della commissione - che non sono un uomo colto, che sono un marinaio ignorante”. Veramente Colombo basava la sua teoria in base alla sfericità della terra, e in ciò tutti i saggi erano d'accordo, ma quando si riferiva a un'ipotetica distanza, da lui calcolata, tra la Spagna e l'Asia, i saggi si burlavano di lui, affermando (oggi sappiamo che avevano ragione), che tale distanza doveva essere maggiore, e di molto. C'era anche un altro punto sul quale insistevano i saggi, non scientifico, ma religioso. In quell'epoca la religione doveva prendersi molto, ma molto in serio. Aristotele e sant'Agostino avevano affermato che il resto del mondo era inabitabile, che esisteva un vuoto agli antipodi e che il Mare Tenebroso inghiottiva gli uomini. Nel migliore dei casi, attraversando la linea equatoriale, le navi avrebbero navigato in discesa, a causa della sfericità della terra, e non avrebbero mai potuto navigare in salita per tornarsene a casa, neppure con tutti i venti favorabili.

    La commissione non conosceva o non credette al vescovo Alessandro Geraldini (11) che affermava che Aristotele e sant'Agostino non erano stati realmente buoni geografi. Se Colombo non fosse stato un credente dichiarato e riconosciuto(12), e protetto dai francescani e dai domenicani, probabilmente sarebbe stato considerato un eretico.

    Negli anni 1487, 1488 e 1489 Colombo continuò a nutrirsi di promesse, seguendo la reale Coppia nei suoi continui spostamenti.

    Visitando il santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Estremadura, promise di dedicarle terre o isole che avrebbe scoperto. Per potersi mantenere si dedicò al commercio di libri stranieri a Siviglia, alcuni di questi libri, con al margine note di suo pugno, si trovano oggi nella famosa Biblioteca Colombiana.

    Già sfiduciato scrisse al re Giovanni II del Portogallo (13), il quale accettò di rivederlo per riparlare del progetto. Forse Colombo ritornò a Lisbona, o forse mandò suo fratello Bartolomeo, ma il Re ci aveva ripensato dato che, nel 1488, Bertolomeo Diaz aveva finalmente aperto il cammino verso le Indie, doppiando il Capo di Buona Speranza.

    Nel 1489 i Re si trovavano a Baza con tutto il loro esercito, guerreggiando contro i mori, e c'è chi scrisse che Colombo era con loro e prese parte coraggiosamente a qualche azione bellica alle porte di Granada.

    Colombo, a Jaén, rivide la Regina grazie alle insistenti preghiere dei cortigiani don Diego Deza, Donna Giovanna di Torres ed Alfonso Quintanilla. Finalmente nel 1490 giunse la decisione negativa della commissione dei saggi, comunicata alla Regina dal padre Fernando di Talavera. I saggi giudicavano troppo rischioso l'attraversare il Mare Tenebroso e un siffatto viaggio alle Indie sarebbe durato per lo meno tre anni, e non qualche settimana come diceva Colombo, perciò non esisteva nessuna nave che avrebbe potuto trasportare viveri sufficienti. In certo senso era vero, e Colombo non sarebbe mai arrivato in nessuna parte se non avesse avuto la fortuna d'imbattersi in un continente intruso che gli sbarrò il passo.

    La Regina, con una certa intuizione femminile, disse a Colombo che avesse ancora un po' di pazienza, fino alla resa di Granada, ma questi già sfiduciato e forse anche a corto di danaro, mandò suo fratello Bertolomeo in Inghilterra, ad offrire il suo progetto al re Enrico VII (padre del futuro Enrico VIII), Bartolomeo disegnò delle carte nautiche e fece un mappamondo per il Re, che si conserva ancora con il suo nome e la sua origine genovese. Poi stanco di proporre senza successo il progetto al Monarca, passò in Francia, dove arrivò dopo vari, dato che fu catturato dai pirati. Lavorò come cartografo a Fontainebleau e propose inutilmente il progetto di suo fratello al re Carlo VIII.

    Frattanto Colombo regresò a la Rábida e convinse il priore Juán Pérez a scrivere alla Regina, la quale gli mandò danaro affinché si presentasse alla sua presenza nella reale città di Santafé, costì Colombo fu presente alla resa di Granada, e in presenza dei Re, e dopo vari anni di amare esperienze, giocò le due carte che aveva nella manica, per penetrare nel cuore e nella mente dei Monarchi: con Isabella quella della conversione al cristianesimo di centinaia di migliaia di pagani, ricuperando così le loro anime, con Fernando quella della ricchezza che si sarebbe trovata nell'impero del Gran Khan e dei favolosi affari che avrebbero arricchito la Castiglia e l'Aragona. Ma a Fernando, realista e pratico, non piaceva giocare con la fortuna, non voleva permettere un'avventura rischiosa che aveva come scopo di cercar di scoprire qualcosa, voleva sottrarre ai portoghesi i ricchi mercati delle Indie, e chiese a Colombo che garanzie e che prove scientifiche poteva dargli. Ed era precisamente ciò che questi non poteva dargli.

    Si dette l'ordine di formare una nuova commissione di saggi, la quale –considerando i desideri e le simpatie della Regina –giunse alla conclusione di dichiarare che, per quanto fossero assurde le idee e i progetti di Colombo, i Re non avevano nulla da perdere se lo aiutavano a realizzarli. In conclusione si trattava di rischiare tre navicelle, la quali potevano benissimo essere equipaggiate ed allestite in minima parte con danaro della Corona. Tre navicelle gettate alla sorte, come dei dadi, giocando al tutto o al niente. E il tutto poteva benissimo essere moltissimo: terre ferme, isole ricche, i favolosi tesori delle Indie che si sarebbero raggiunti aprendo un cammino diverso da quello dei portoghesi, mentre il niente significava rimanere nella stessa situazione presente, né più ricchi né più poveri, infatti avrebbe rappresentato solo l'insignificante perdida delle tre navicelle e degli equipaggi, compreso Colombo. Si avvertì Colombo della decisione presa, allora i Re dovettero assistere a una scena che non si sarebbero mai aspettata, invece di presentarsi al loro cospetto una persona che scoppiava dalla gioia e che si prostrava in ringraziamenti, si trovarono di fronte un individuo che impassibile voleva imporre le sue condizioni.

    Come osava, come si permetteva questo miserabile straniero di essere così insolente? Ma Colombo ben conosceva per esperienza personale quanto valevano le promesse e la gratitudine degli uomini, e più erano potenti peggio si comportavano, si collocavano al di sopra delle leggi, che trasgredivano continuamente e impunemente. Cosicché era meglio chieder molto, così qualcosa gli sarebbe pur rimasto; se invece si dimostrava modesto e chiedeva poco era possibile che al finale non avrebbe ricevuto un bel nulla. E realmente succediò proprio così: ben poca cosa ricevette di tutto ciò che aveva chiesto al principio: un modesto capitale da lasciare ai suoi figli e molti titoli onorifici scarsamente produttivi per suo nipote don Luigi, ammiraglio del Mar Oceano, vicere e governatore delle terre e isole scoperte, duca di Veragua, marchese di Giamaica, Grande di Spagna, ecc.

    Chissà Colombo si ricordò anche di Perestrello, lo scopritore di isole, al quale, il ringraziamento reale, giunse al punto di nominarlo governatore d'un isoletta scarsa d'acqua e più ancora di rendite. Inoltre il suo viaggio era così pericoloso e insicuro che sarebbe potuto scomparire nell'Oceano o sarebbe potuto ritornare sconfitto, in entrambi i casi i suoi figli non avrebbero ricevuto un centesimo dalla Corona. Colombo neppure si sognava di scoprire un continente, pensava solo di scoprire isole asiatiche ricche d'oro e di spezie e stabilire contatti commerciali con l'impero del Gran Khan. Infatti era più che logico pensare che in Giappone, Cina ed India non avrebbe potuto far valere i diritti che gli conferivano le 'capitolazioni' reali spagnole. Al massimo avrebbe potuto commerciare con quelle nazioni e ricevere le sue commissioni.

    Forse furono queste le sue considerazioni, certamente molto realistiche, indipendentemente dalle umiliazioni rievute in quegli ultimi 16 anni d'attesa, raccomandandosi per ricevere favori in terre straniere, sopportando burle e irrisioni e rendendosi conto come realmente “...si come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scender e 'l salir per l'altrui scale” (14).

    Capitolo VI (Cont.)


    Se desiderate fare qualche commento o chiedere qualche chiarimento su Cristoforo Colombo per favore comunicatevi con l'autore, via e-mail. Grazie.
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